Migrazioni: cosa spinge i migranti a lasciare la propria “casa” e perché

I risultati di una recente indagine dell’Eurobaromentro della Commissione Europea, hanno confermato il tema delle migrazioni come la sfida principale che secondo i cittadini europei, ad oggi, l’UE è chiamata ad affrontare. Trattando questo tema, bisognerebbe tuttavia non solo analizzare i numeri alla mano, ma anche prendere coscienza delle motivazioni che spingono i migranti a fuggire dalla propria terra di origine. Su questa linea, l’ 8 ottobre si è tenuto in Lussemburgo un nuovo incontro tra i ministri degli Affari Interni alla luce di quanto discusso durante il precedente meeting svoltosi a Malta, il quale però sembra aver disatteso le aspettative degli Stati partecipanti  ed in particolare del commissario europeo alla Migrazione, Dimitris Avramopulos, che alla vigilia del meeting si era dichiarato fiducioso nella possibilità di compiere uno sforzo comune sul tema della gestione degli sbarchi nel Mediterraneo.

Nessuno lascia casa se sta bene a casa sua” cita il Sole 24 h in un articolo dedicato alle nazionalità dei migranti sbarcati in Europa, e alle motivazioni che li spingono a lasciare la propria casa, frequentemente per vie illegali. La domanda che bisognerebbe porsi è perché scappano, rischiando la propria vita? E perché vi sono alcune nazionalità che sono maggiormente coinvolte, come ad esempio il Sudan, la Nigeria, l’Eritrea ed il Mali?

sbarchi migranti

Le motivazioni principali sono racchiuse nelle crisi climatiche, politiche e sociali, che colpiscono questi Paesi piuttosto che altri. Se si analizza invece la situazione Paese per Paese, si verrà a conoscenza dei motivi specifici che rendono questi paesi praticamente invivibili e rischiosi per la stessa vita degli abitanti.

La Nigeria, ad esempio, è il settimo Paese al mondo più popoloso  ed il primo in tutto il continente africano, con i suoi 190 milioni di abitanti.  È un paese per lo più giovane, di fatto il 40% dei suoi abitanti ha meno di 14 anni. È un Paese pieno di contraddizioni, tanto più se si considera che è  Paese povero, ma che allo stesso sta conoscendo una crescita economica non indifferente, grazie ai giacimenti di petrolio che lo attraversano. Tornando al perché i nigeriani emigrano, bisogna tenere conto del fatto che i giovani spesso provenienti dall’ambito rurale, sono poco istruiti e rimangono ai margini del mondo del lavoro; in altri casi si tratta di migranti “ambientali” che hanno visto le loro terre ricche di petrolio devastate ed espropriate dalle compagnie petrolifere e costretti quindi all’esilio. In altri casi ancora si tratta di ragazze, ancora molto giovani, destinate alla tratta della prostituzione, illuse dai trafficanti che promettono loro una vita migliore ed un lavoro dignitoso. Infine, vi sono quei migranti che fuggono dai gruppi terroristici ben radicati nel Paese, come quello di Boko Haram presente dal 2002.

I flussi migratori provenienti da Paesi come la Somalia, Eritrea e Gambia, hanno invece per lunghi anni sovrastato le classifiche dei Paesi di provenienza dei migranti per motivazioni riconducibili alle sconvolgimenti politici di questi Paesi ed al fanatismo che li soffoca. In Gambia ad esempio veri e propri “squadroni della morte” sotto il governo di  Yahya Jammehm, presidente dai toni autoritari che fino al 2017 è rimasto in carica, reprimendo per tutta la durata del suo governo il dissenso degli oppositori e la libertà di pensiero.

Un altro caso è rappresentato dalla Repubblica centroafricana, da sempre dilaniata dalla guerra civile tra armate ribelli cristiane e musulmane ed il governo centrafricano. La violenza, l’insicurezza alimentare e l’assenza di acqua potabile sono all’ordine del giorno e fanno da cornice alla fuga dei suoi abitanti, che vanno ad ingrossare le file degli sfollati, che solo nel 2018 sono stati 1,2 milioni.

Sempre nel 2018, un migrante su tre sbarcato in Italia proveniva invece dal Sudan, un altro Paese prevalentemente giovane, ma dilaniato dallo scontro tra il Nord ed il Sud del Paese durato vent’anni (1983-2005), ma che ancora oggi, nonostante l’indipendenza ottenuta dal Sud Sudan nel 2011, porta dietro di sé le conseguenze del conflitto.

Secondo i dati del Viminale del 2018, il Mali rappresenta il nono paese di provenienza dei migranti che sbarcano in Italia. Qui, i disastri climatici, il terrorismo islamico di Al Qaeda e la povertà sono tra le principali motivazioni che obbligano i migranti a fuggire lontano dalla propria terra. Inoltre, secondo la classifica mondiale dello sviluppo Umano delle Nazioni Unite, il 77% della popolazione vive con meno di 2 dollari al giorno.

nazionalità dichiarate

Ad oggi, la nazionalità tunisina è ancora quella che arriva di più in Italia, ed è anche la nazionalità maggiormente coinvolta negli “sbarchi fantasma”. Secondo l’OIM, la ripresa della migrazione tunisina in Italia è dovuta soprattutto all’instabilità politica, il tasso di disoccupazione che si è attestato al 15% ed arriva al 25% nelle aree rurali del Paese. Per i giovani la disoccupazione arriva invece al 40%, il 31% per i laureati. Tutto ciò spinge quindi i tunisini a cercare altrove la speranza di avere un futuro dignitoso.

L’Accordo di Malta

Il 23 settembre scorso, si è svolto alla Valletta il vertice tra Italia, Francia, Germania, Malta e la Finlandia, detentrice della Presidenza di turno del Consiglio dell’Unione Europea. Il tema discusso è stato il ricollocamento dei migranti all’interno dell’Unione Europa, al fine di una migliore gestione dell’emergenza dei flussi migratori. Il vertice ha coinvolto i ministri dei paesi su menzionati, ed ha rappresentato il “lancio” del nuovo ministro dell’interno italiano: Luciana Lamorgese.

L’Accordo prospetta l’introduzione di un meccanismo di solidarietà temporanea, che prevede la ricollocazione automatica dei migranti entro le prime quattro settimane dallo sbarco. Le quote di migranti in percentuale verranno stabilite in base al numero dei paesi aderenti, sollevando il Paese di primo ingresso dall’onere di riceverli tutti.

Tuttavia, l’accordo riguarda solo quei migranti arrivati via mare a bordo di navi militari o delle Ong: un numero effettivamente esiguo (si tratta del 9% totale dei migranti arrivati via mare tra il 2018 ed il 2019) rispetto ai migranti che arrivano attraverso gli “sbarchi fantasma”. La scelta dei porti non avverrà sulla base di una rotazione automatica, bensì su scelta volontaria; inoltre nel caso di una pressione migratoria sproporzionata in uno degli Stati partecipanti, calcolata in base alla capacità di accoglienza, sarà proposto, su base volontaria, un porto di sbarco alternativo. Gli Stati firmatari della Dichiarazione inoltre hanno promesso il loro impegno nel cercare di coinvolgere gli altri Stati membri dell’UE e quelli che fanno parte dello spazio Shengen.

Ciò nonostante, secondo alcuni analisti proprio questo punto rappresenta una contraddizione al diritto marittimo internazionale, che prevede che lo sbarco avvenga nel “primo porto sicuro” dopo il soccorso in mare, o meglio quello più vicino dal punto di vista geografico. Un altro punto critico è costituito dal fatto che l’accordo riguarderebbe solo la rotta del Mediterraneo centrale, lasciando fuori le rotte più battute: quella del Mediterraneo occidentale (Marocco-Spagna) e quella dell’Egeo (Turchia-Grecia).

Ad ogni modo, il mini-summit di Malta ha rappresentato un piccolo passo in avanti verso il superamento del Regolamento di Dublino che obbliga i Paesi di primo arrivo a farsi carico totalmente della gestione dei richiedenti asilo ed eventualmente dei rimpatri, ma anche la manifestazione di una maggiore solidarietà europea.

In merito al tema della gestione dei flussi migratori c’è ancora molto da fare, sembra infatti che il meeting del Consiglio “Giustizia e affari interni” tenutosi proprio ieri, 8 ottobre, in Lussemburgo tra gli Stati promotori dell’iniziativa di Malta, abbia disatteso le speranze dei più nel cercare di coinvolgere altri Stati a partecipare in nome di uno sforzo comune di solidarietà. Il pre-accordo di Malta non si è infatti trasformato in un accordo; al contrario sembrerebbe che ad accogliere positivamente il progetto di distribuzione dei migranti ipotizzato a Malta sono stati per il momento solo Portogallo, Lussemburgo e Irlanda, oltre ai quattro paesi all’origine dell’intesa. Ad ogni modo, la proposta verrà discussa nuovamente durante le prossime riunioni tecniche, in attesa di avere un quadro più chiaro con l’insediamento della nuova Commissione europea guidata da Ursula von der Leyen, a partire dal mese di novembre.

Fonte: Articolo de Il Sole 24ore “Perché i migranti scappano da casa loro?”

https://www.ilsole24ore.com/art/perche-migranti-scappano-casa-loro-ACPcrai

Per ulteriori approfondimenti sull’accordo di Malta:

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