Le migrazioni intra-africane: il quadro politico delle migrazioni interne al continente

Come indicato dall’ISPI in un interessante articolo sulle migrazioni intra-africane, su 27 milioni di emigrati che partono dall’Africa Subsahariana, solo una minoranza composta da 8 milioni di persone ha varcato i confini per stabilirsi in Europa, Nord America e Medio Oriente.  Nel 2017, 19 milioni di persone sono rimaste all’interno dei confini del continente africano, in particolare mobilitandosi verso il Sud Africa, il Kenya, la Nigeria e la Costa d’Avorio, i quali hanno rappresentato i poli di maggiore attrazione per tutti quei cittadini africani in fuga da guerre, disastri climatici ed instabilità politica e sociale, in quanto paesi con economie forti e diversificate e quindi relativamente più stabili. Nel contesto delle migrazioni intra-africane, è necessario fare riferimento al Quadro politico della migrazione per l’Africa e Piano di Azione – MPFA  (2018-2030), un framework adottato dall’Unione Africana per meglio comprendere e gestire i corridoi migratori interni al continente.

Il fenomeno delle migrazioni è una questione complicata che richiede un’analisi accurata dei dati, affinché se ne possa migliorare la comprensione e di conseguenza la gestione a livello mondiale. In Africa, il tema delle migrazioni è, ad oggi,  in prima linea nella discussione politica, soprattutto laddove i conflitti ed i cambiamenti climatici spingono le persone a migrare dal proprio paese di origine, perché alla ricerca di condizioni di vita, economiche e sociali migliori.

Nel 2015, durante l’Assemblea Generale delle Nazioni Unite, il tema delle migrazioni e dello sviluppo è stato inserito tra gli obiettivi di sviluppo sostenibile, tenendo conto dell’impatto positivo che le migrazioni generano sullo sviluppo. Inoltre, la migrazione occupa un posto di primo piano nella risoluzione delle Nazioni Unite A/RES/70/1, paragrafo 29, dove vengono sottolineati gli obblighi che i paesi di origine, transito e di destinazione, devono rispettare per proteggere i lavoratori migranti ed in difficoltà.

I paesi africani non cercano solo di analizzare l’impatto della migrazione, ma anche di attuare politiche di gestione efficace da e verso i paesi del continente. Un esempio concreto è costituito dall’Agenda 2063 per l’Unione Africana, dove si propone l’introduzione di un passaporto unico per l’Africa, con l’obiettivo di abolire l’obbligo del visto per i cittadini africani e garantire una libera circolazione intra-africana.

L’origine di queste decisioni va ricondotta al 2006 in Gambia, a Banjul, quando l’Unione Africana ha adottato il Quadro politico migratorio dell’Unione Africana per l’Africa (MPFA), in quanto quadro di orientamento non vincolante per supportare i governi e le Comunità economiche regionali (RECs) nella formulazione dei propri programmi nazionali con particolare riferimento alle politiche migratorie per l’Africa.

Dieci anni dopo la sua adozione, nel 2016, la Commissione dell’Unione Africana ha commissionato una valutazione del quadro al fine di analizzarne l’impatto e l’utilità e di conseguenza comprendere come renderlo maggiormente efficace data la variabilità intrinseca del fenomeno migratorio. A questo proposito, nel 2018, l’Unione Africana e le Comunità economiche Regionali (CER) hanno adottato un piano di azione utile all’aggiornamento del quadro di politiche migratorie per l’Africa, conosciuto come Piano di Azione 2018-2030, il quale si propone di rispondere efficacemente alle sfide poste dall’evoluzione delle tendenze migratorie.

Secondo quanto riportato dallo studio commissionato dall’Unione Africana e l’OIM, intitolato Evaluation of the African Union migration Policy Framework for Africa più dell’80% della migrazione africana avviene oggi all’interno dell’Africa stessa, sia a livello intra regionale (in particolare nelle regioni dell’Africa occidentale, orientale e meridionale) che interregionale (dall’Africa occidentale all’Africa australe, dal Corno d’Africa orientale a quella australe e dall’Africa centrale a quella australe e occidentale). Motivo per cui implementare l’adozione di politiche nuove in merito al libero movimento delle persone è l’obiettivo più importante che l’UA è tenuta a conseguire da qui ai prossimi 50 anni, come previsto dall’Agenda 2063, la quale si propone di costruire un continente dai confini omogenei. A questo scopo, nel gennaio 2018 è stato siglato ad Addis Abeba da parte dei capi di stato dell’UA, un protocollo sul libero movimento delle persone, il diritto di residenza ed il diritto di stabilimento (Protocol on Free Movement of Persons, the Right of Residence and the Right of Establishment).

Quali sono i principali obiettivi del MPFA?

Sebbene gli obiettivi principali del MPFA riguardino il miglioramento della gestione delle migrazioni a livello di sicurezza, rispetto dei diritti umani ed benessere socio-economico dei migranti, vi sono altri temi chiave che vengono trattati, quali: la migrazione della mano d’opera e l’educazione, le conseguenze della diaspora, la politica frontaliera, la migrazione irregolare, il dislocamento forzato, la migrazione interna e la migrazione ed il commercio.

Per quanto riguarda il primo tema, la migrazione della mano d’opera e l’educazione, l’MPFA raccomanda l’attuazione di politiche che regolamentino le reti di migranti lavoratori in maniera trasparente. In questo senso, nel 2015 è stato messo a punto il Programma congiunto sulle migrazioni di mano d’opera (JLMP), riguardante il riconoscimento delle qualifiche, e lo sviluppo di un quadro africano delle qualifiche e dei titoli, al fine di migliorare l’integrazione e lo sviluppo regionale, tenendo conto del potenziale degli  studenti e lavoratori qualificati che spostandosi acquisiscono nuove competenze spendibili nel proprio Paese di origine e mettono in moto una vera e propria “fuga/circolazione di cervelli”. A questo scopo, il piano di azione raccomanda la creazione di servizi di protezione sociale e di sicurezza sociale volti a tutelare i lavoratori migranti. In particolare, una migliore gestione dei flussi di migranti lavoratori può e deve essere raggiunta attraverso la cooperazione regionale e l’armonizzazione delle politiche di migrazione della mano d’opera al fine di scongiurare le migrazioni irregolari e rispondere efficacemente alla domanda di lavoro nazionale e internazionale. Il Piano di Azione raccomanda inoltre gli stati ad incoraggiare i migranti di ritorno a contribuire efficacemente allo sviluppo dei loro paesi di origine attraverso il trasferimento dei fondi, competenze, tecnologie e conoscenze tecniche acquisite.

Le conseguenze della diaspora devono essere quindi gestite attraverso delle strategie che le rendano favorevoli allo sviluppo del Paese attraverso la creazione di agenzie nazionali che gestiscano i casi specifici della diaspora, che consentano la concessione della doppia nazionalità a tutti coloro che risiedono all’estero, la creazione di una cartografia apposita, una migliore protezione degli investimenti e la semplificazione del trasferimento di conoscenze verso i paesi di origine.

Le politiche frontaliere fanno invece riferimento ad un sistema di norme, di istituzioni e alla collaborazione degli stati, della società e degli attori non statali all’interno della gestione delle frontiere. Nel Piano si raccomanda tuttavia che l’attuazione di regole e procedure di regolamentazione dei movimenti delle persone e delle merci attraverso le frontiere non generi una chiusura delle frontiere ed impedisca gli sforzi di integrazione del continente africano. Piuttosto, la cooperazione transfrontaliera in materia di sicurezza, di immigrazione e di sviluppo dovrebbe permettere una gestione efficace delle frontiere e stimolare l’integrazione economica.

Si raccomanda invece che gli spostamenti forzati di determinati gruppi come i rifugiati, i domandanti asilo e gli apolidi, vengano trattati attraverso strategie quali la prevenzione delle crisi, la gestione e la risoluzione dei conflitti.

Le migrazioni interne delle popolazioni africane possono dipendere da diversi fattori, quali il terrorismo, i conflitti, le catastrofi naturali e condizioni climatiche, ed è per questa ragione che deve subentrare una cooperazione transnazionale che prevenga tali dislocamenti tra paesi limitrofi. In questo senso è stata adottata dagli stati membri dell’Unione africana, la Convenzione di Kampala, volta ad assistere le persone dislocate in Africa. Si raccomanda in particolare il supporto umanitario ai migranti interni, di promuovere delle attività di sussistenza e di resilienza, così come mettere in pratica delle strategie di integrazione all’interno delle comunità di arrivo.

A livello di commercio, la messa a punto delle Zona di libero scambio continentale e del Protocollo sulla libera circolazione delle persone dell’UA, hanno appunto come scopo la facilitazione del commercio, dell’integrazione e dello sviluppo continentale in genere.

Il Forum Panafricano sulla Migrazione (PaFom)

Il Pan African Forum on Migration (PaFom) è stato istituito dalla Commissione dell’Unione Africana, l’Organizzazione internazionale per la migrazione (OIM) ed altri partner, si tratta di un forum annuale degli stati dell’UA  e delle Comunità Regionali Economiche (RECs), che rappresenta una piattaforma di scambio e dialogo in merito ai temi della migrazione, al fine di raggiungere una conoscenza comune e completa dell’agenda migratoria del continente. Il quarto PaFom si è tenuto in Djibouti a Novembre del 2018 ed ha riguardato principalmente la tematica del libero movimento delle persone, in particolare per ciò che concerne lo scambio di conoscenze e competenze e la necessità di adottare un riconoscimenti dei migranti lavoratori per evitarne lo sfruttamento al di fuori del proprio Paese di origine.

Durante il PaFom 2018, sono stati sottolineati i benefici del libero movimento delle persone, dal momento che gioca un’importante ruolo sia sul piano dell’integrazione regionale ed il “sogno” del panafricanismo, sia dal punto di vista dello sviluppo socio-economico del continente, attraverso l’aumento degli scambi commerciali intra-africani e la promozione di infrastrutture transfrontaliere per il trasporto di beni e servizi all’interno del continente. Oltre ai vantaggi, durante il Forum sono state ovviamente discusse anche le sfide derivanti dal libero scambio delle persone, tra cui il problema della sicurezza e degli attacchi terroristici, la disoccupazione e l’intensa competizione nel trovare lavoro ed in particolare la percezione comune dei migranti che “rubano” il lavoro ai locali, soprattutto per quanto riguarda i migranti con maggiori skills professionali; infine anche le preoccupazioni sul piano sanitario rappresentano un grande ostacolo alla realizzazione di un flusso libero di persone nel continente.

Il PaFom 2019,il quinto per la precisione, si è invece svolto recentemente al Cairo in Egitto, tra il 14 ed il 16 settembre 2019. La conferenza di tre giorni ha trattato il tema del rafforzamento dell’accesso ai dati sui trend migratori e la promozione della ricerca per implementare una politica dello sviluppo basata sull’evidenza concreta ed una gestione efficace delle migrazioni in Africa (Strengthening Migration Data and Research for evidence-based policy development and implementation towards effective migration governance in Africa). Nello specifico, gli obiettivi posti dal quinto forum per la migrazione sono: il coordinamento delle piattaforme consultive in materia sul piano nazionale, regionale ed internazionale; la raccolta e l’utilizzo dei dati per analizzare la tratta di esseri umani, la diaspora, le rimesse e la migrazione di manodopera; l’istituzione di gruppi di lavoro sulle statistiche migratorie e la creazione di una banca dati.

Il Marocco come Paese di transito e destinazione dei flussi migratori proveniente dall’Africa Subsahariana

Nel contesto delle migrazioni intra-africane, è necessario evidenziare l’importanza strategica che da sempre ricopre il Marocco in quanto “trampolino” per i flussi migratori che raggiungono l’Europa attraverso la Spagna. Sin dai primi del ’900, di fatto, il Marocco è stato territorio di transito per i migranti irregolari sub-sahariani e del Nord Africa diretti verso l’Europa. A questo scopo, i paesi maggiormente coinvolti, quali la Francia e la Spagna, hanno sin da allora spinto il Marocco a prendere provvedimenti per limitare il fenomeno e rendere i confini più sicuri.

Rotte migratorie
Rotte migratorie nel Nord e Ovest Africano

Prendendo in considerazione tempi più recenti, nel 2018, l’Europa ha elargito al Marocco 148 milioni di euro per la gestione dei flussi migratori irregolari e altri 182 milioni di euro per la creazione di posti di lavoro e altri servizi volti a migliorare l’integrazione dei migranti presenti sul territorio marocchino. Secondo alcune stime, infatti, il numero di africani sub-sahariani presenti ammonterebbe a 700,000 presenze.

Tuttavia, la maggior parte degli immigrati risiede nel paese in maniera irregolare e precaria, per questo motivo sin a partire dal 2014, il governo marocchino ha provveduto a mettere in atto dei processi di regolarizzazione dei migranti provenienti dai territori sub-sahariani, attraverso la concessione di servizi adeguati e di maggiori diritti nel mondo del lavoro. Ciò nonostante, tutto questo non sembra essere abbastanza, dal momento che la percezione dei locali nei confronti degli immigrati risulta essere in gran parte ostile.

Paesi di origine dei migranti sub-sahariani in Marocco nel 2017
Paesi di origine dei migranti sub-sahariani in Marocco nel 2017

Sono tante le iniziative cui il Marocco ha aderito nel corso degli anni i anniso degdi discussione s migratoriderito per dimostrare annoeno e rendere i confini più sicuri.vitatper dimostrare il suo ruolo di attore primario sul piano dei flussi migratori; uno tra questi è l’Euro-African Dialogue on Migration and Development, anche conosciuto come “the Rabat Process”, nato nel 2006 per costruire un dialogo tra l’Africa e l’Europa in merito alle rotte dei migranti. Inoltre, nel 2013 il governo marocchino ha lanciato la nuova politica della migrazione (New Migration Policy), per tentare di affrontare efficacemente l’immigrazione irregolare, la tematica dei rifugiati e del traffico di esseri umani, in particolare attraverso il miglioramento dell’accesso degli immigrati ai servizi sociali e dell’impiego, alla sanità e alla residenza. Tuttavia, ancora oggi le politiche portate avanti dal governo marocchino sono più incentrate sul rimpatrio degli immigrati e su politiche volte a combattere il traffico umano, piuttosto che sull’integrazione di coloro che vi risiedono illegalmente e che restano ai margini dell’economia formale.

Durante il 30esimo Summit dell’Unione Africana che si è tenuto a gennaio 2018, l’attuale Re del Marocco Mohammed VI, ha presentato l’Agenda Africana per la Migrazione con la proposta di aprire finalmente le porte dell’Osservatorio Africano della Migrazione (OAMD) a Rabat, con lo scopo di analizzare, scambiare e raccogliere informazioni tra i paesi africani in merito ai flussi migratori, al fine di sopperire alla mancanza di dati su tale questione e che rendono difficile la messa a punto di politiche migratorie efficaci da parte degli stati Africani. Secondo le parole rilasciate alla stampa dal Ministro degli Affari esteri e della cooperazione internazionale, Nasser Bourita: “L’osservatorio avrà per missione di creare una narrativa africana sulla migrazione, una visione africana della migrazione, supportato da centri di ricerca e dagli organi dell’UA”.

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