La Cina in Africa

Il nuovo DG della FAO ed il ruolo della Cina nel continente africano

Il 23 giugno 2019 è stato eletto il nuovo Direttore Generale della Food and Agriculture Organization (FAO) delle Nazioni Unite, si tratta di Qu Donguy, Vice Ministro dell’Agricoltura e degli Affari Rurali cinese. Nato nel 1963 da una famiglia di risicoltori della provincia cinese di Hunan, Qu ha studiato scienze orticole all’Università Agraria di Hunan ed è stato poi impegnato in una serie di attività nazionali e internazionali in ambito scientifico in quanto biologo. Prima di arrivare alla FAO, Qu è stato Vice Ministro dell’Agricoltura e degli Affari Rurali della Cina, dove uno dei suoi successi è stato quello di promuovere lo sviluppo inclusivo ed innovativo e di assicurarsi che le tecnologie dell’informazione e della comunicazione fossero disponibili nelle aree rurali. In particolare, la sua visione si basa sulla convinzione che l’obiettivo “Fame Zero” è un diritto umano fondamentale e che ad oggi possediamo tutte le capacità necessarie a sradicare l’insicurezza alimentare cronica.

L’arrivo di Qu Donguy ai vertici della FAO, conferma il ruolo sempre più preponderante della Cina all’interno delle organizzazioni internazionali, inoltre è importante evidenziare il fatto che la sua elezione è stata ampiamente supportata dai Paesi Africani, dove, negli ultimi dieci anni sono stati numerosi gli investimenti della Cina a livello infrastrutturale, umanitario, agricolo ed industriale; secondo alcune stime, nello specifico si tratterebbe di circa di 143 miliardi di dollari tra investimenti e prestiti, concessi dalle autorità cinesi per la costruzione di strade, dighe, aeroporti e così via.

Durante l’ultimo Forum sulla cooperazione Cina-Africa (FOCAC) tenutosi a Pechino nel settembre del 2018, la Cina ha annunciato lo stanziamento di un prestito di 60 miliardi di dollari per i tre anni successivi, volto a supportare otto diverse iniziative chiave della cooperazione tra Cina ed Africa, tra cui: accelerazione e modernizzazione dell’industrializzazione e dell’agricoltura, lo sviluppo delle infrastrutture, spingere la crescita economica attraverso l’agevolazione degli scambi, promuovere uno sviluppo sostenibile, rafforzare lo scambio di conoscenze tecniche con l’Africa al fine di aumentare le opportunità di occupazione, promuovere progetti volti a migliorare il settore del benessere e della salute, promuovere lo scambio sul piano culturale attraverso l’istituzione di poli culturali ed infine rafforzare la cooperazione Cina-Africa per garantire la pace e la sicurezza.

In particolare, è importante mettere in luce come nel corso degli anni sia aumentata la presenza cinese nell’ambito della spesa umanitaria, seppur rimanendo marginale rispetto alla spesa dei donatori statunitensi ed europei. Secondo le stime della SAISChina-Africa Research Initiative, la spesa cinese per gli aiuti all’estero, che riguarda non solo la spesa umanitaria, ma anche i progetti di lungo termine, ha toccato il suo apice nel 2015 i 3 miliardi di dollari, per poi calare nuovamente nel periodo successivo, ma dimostrando comunque un netto cambiamento rispetto al decennio precedente.

Chinese Global Foreign Aid Expenditure

Il rafforzamento delle relazioni economico-commerciali tra Cina e Africa passa soprattutto lo sviluppo delle infrastrutture e trasporti, circa il 52,8% del totale degli investimenti cinesi. Più nel dettaglio, finora la Cina ha contribuito alla realizzazione di più di 200 progetti infrastrutturali nel continente.

China financing activity in Africa

Gli investimenti cinesi nel continente africano sono decisamente aumentati con il lancio nel 2013 da parte del presidente Xi Jinping della nuova Via della Seta, meglio conosciuta come Belt Road Initiative (BRI). Si tratta di un piano di sviluppo commerciale transcontinentale volto a potenziare i flussi commerciali della Cina per mare e per terra con il resto del mondo e migliorare la connettività tra Asia, Europa e Africa, la quale, in quest’ottica, rappresenta lo sbocco prediletto degli investimenti cinesi.

Nello specifico, la Nuova Via della Seta si compone di due collegamenti, uno via mare e l’altro via terra:

  • La Silk Road Economic Belt, ossia il collegamento terrestre che attraversa l’Asia centrale in direzione dell’Europa.
  • La 21st Century Maritime Silk Road, ossia il collegamento marittimo che attraversa il Sud-Est asiatico, l’Asia meridionale, l’Africa per ultima l’Europa.
Belt Road Initiative China

I paesi e le associazioni internazionali che finora hanno firmato il documento ufficiale della Belt Road Initiative sono 105, tra cui 37 paesi africani e l’Unione Africana, che a questo scopo nel settembre 2018 ha firmato un memorandum d’intesa (MOU) in occasione della settima riunione del FOCAC.

Negli ultimi anni il volume degli scambi commerciali tra la Cina e i paesi aderenti alla BRI è cresciuto fino a superare i 5 trilioni di dollari, con la creazione di più di 82 zone di cooperazione commerciale, che a loro volta hanno portato alla creazione di 244.000 posti di lavoro.

Sin dall’avvio di questo progetto, l’Africa ha mostrato interesse, come ha dimostrato il viaggio di Xi Jinping in alcuni Paesi africani nel corso del 2018: Senegal, Rwanda, Mauritius e Sud Africa. Nello specifico, la regione costiera orientale del continente ed il Nord Africa sono quelle che maggiormente rispondono all’influenza commerciale cinese, attraverso la Via della Seta marittima (la 21st Century Maritime Silk Road), soprattutto nell’area dei trasporti, spedizioni e della costruzione dei porti. Ciò nonostante anche l’Africa occidentale e meridionale hanno firmato accordi di cooperazione nell’ambito della BRI.

Nell’area orientale, tra i progetti più rilevanti per l’importanza strategica che essi ricoprono, figurano la ferrovia Addis Abeba-Djibouti e la ferrovia Nairobi-Mombasa. La prima, ha un costo stimato di 4,5 miliardi di dollari ed ha ridotto la tempistica del percorso (759 km) da tre giorni a 12 ore di rotaia. Invece, la ferrovia Nairobi-Mombasa è stata inaugurata nel 2017 con un costo stimato di 3,2 miliardi di dollari.

Altri importanti progetti che hanno visto il coinvolgimento attivo delle imprese cinesi hanno riguardato il ripristino e l’ampliamento di infrastrutture portuali, per esempio quello di Lamu in Kenya o quello di Bagamoyo in Tanzania da 11 miliardi di dollari, ancora in fase di costruzione e destinato a diventare il più grande dell’area orientale.

Nonostante le critiche sollevate da molti economisti nei confronti dell’iniziativa BRI, in quanto percepita come rischiosa dal punto di vista dell’indebitamento dei Paesi africani nei confronti della Cina; dal punto di vista opposto la BRI risulta essere vincente per il Continente africano dal momento che viene incontro agli obiettivi posti dall’Agenda 2063, tra cui una maggiore integrazione regionale e connettività, l’aumento degli investimenti, la facilitazione della capacità di esportazione interna delle merci tra paesi africani ed il trasferimento di tecnologie e competenze per lo sviluppo delle economie.

In conclusione, è importante mettere in risalto il fatto che nel corso degli anni è venuto a costruirsi un rapporto basato sulla reciproca fiducia tra la Cina e l’Africa, e ciò è ascrivibile alla percezione di una Cina che al contempo si presenta come Paese economicamente forte ed allo stesso tempo un Paese in via di sviluppo del Sud del mondo, fautore di una cooperazione Sud-Sud, antitetica al colonialismo ed al neo-colonialismo di matrice occidentale e basata sugli scambi reciproci di tecnologie, conoscenze e risorse.

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