Etiopia: il premio Nobel per la Pace va al premier Abiy Ahmed

Il Premio Nobel per la Pace 2019 è stato assegnato a Abiy Ahmed, il giovane Primo Ministro dell’Etiopia, “per il suo impegno nel raggiungere la pace e la cooperazione internazionale, e in particolare per la sua iniziativa decisiva nel risolvere il conflitto al confine con la vicina Eritrea”. In queste circostanze, il premio non simboleggia solo la pace, ma anche la speranza di un intero continente dilaniato dalle guerre, e rappresenta un incoraggiamento a proseguire con il riformismo avviato in Etiopia in direzione della pace.

Chi è Abiy Amnhed?

Abiy Amnhed, il giovane Premier etiope di 43 anni, è in carica soltanto da aprile 2018, ha lavorato in questo breve periodo di tempo per raggiungere la tanto attesa pace tra Etiopia ed Eritrea, collaborando spalla a spalla con il Presidente dell’Eritrea Isaias Afwerki, fino a giungere nel luglio 2018 alla formalizzazione dell’accordo di pace. La sua intraprendenza e determinazione gli hanno valso il premio da parte di Oslo.

In Etiopia, il giovane premier, ha avviato importanti riforme in direzione di una maggiore stabilità del Paese, come l’amnistia garantita a 60.000 prigionieri politici, per lo più giornalisti fatti incarcerare per motivi politici; la fine della censura mediatica; la legalizzazione dell’opposizione politica; la lotta alla corruzione attraverso l’allontanamento di personalità politiche sospettate e una maggiore attenzione alla presenza femminile nella sfera della vita politica e sociale del Paese. Per il 2020 ha inoltre indetto libere elezioni, scegliendo come capo di commissione il leader a capo dell’opposizione.

La guerra tra Eritrea ed Etiopia: un conflitto ventennale

La guerra tra Eritrea ed Etiopia è durata due lunghi e sanguinosi anni (1998-2000), lasciando dietro di sé una scia di odio durata per ben 18 anni, nonostante i due Paesi fossero stati precedentemente alleati nella lotta di liberazione comune contro l’etiope Menghistu, detto il Negus rosso.

Il Fronte popolare etiope di liberazione del Tigré, alleato con il Fronte popolare di liberazione dell’Eritrea, riuscirono insieme nel maggio 1991 ad allontanare Meghistu, facendolo fuggire in Zimbabwe. Sempre nel luglio 1991, l’Etiopia formò un nuovo governo presieduto da Meles Zenawi, precedentemente alla testa del Fronte Popolare; mentre l’Eritrea si diede un governo provvisorio con la promessa dell’indipendenza alle porte, in accordo con il governo Addis Abeba. L’indipendenza dell’Eritrea venne effettivamente ottenuta, con il 99% dei consensi nel 1993. Tuttavia, questioni irrisolte in merito a confini non ben definiti, portarono ad un progressivo deterioramento dei rapporti tra i due Paesi praticamente fratelli. L’occupazione da parte dell’Etiopia del villaggio di Badme, al confine dei due Paesi, fu la goccia che fece traboccare il  vaso e  che diede inizio al conflitto. Vi furono più di 70 mila morti e l’Etiopia perse i porti eritrei, unica possibilità di sbocco sul mare. L’Eritrea da parte sua, diventò a tutti gli effetti un sanguinoso regime totalitario.

Un primo tentativo di accordo di pace tra i due Paesi venne firmato ad Algeri nel 2000 grazie al lavoro di intermediazione dell’allora Organizzazione per l’unità africana, oggi Unione Africana, dell’allora segretario di stato degli Stati Uniti per la sicurezza nazionale Anthony Lake e del sottosegretario italiano per gli Affari Esteri dell’UE, Rino Serri. Ciò nonostante, l’accordo non venne applicato e la tensione e gli scontri proseguirono fino al 2 aprile 2018, quando il giovane riformista Abiy Amnhed diventò Primo Ministro etiope, il quale a pochi giorni del suo insediamento prese la decisione di mettere un punto allo stato di emergenza e portare finalmente allo passaggio successivo l’accordo di pace con l’Eritrea. Il 9 luglio 2018 vennero firmati gli accordi e di conseguenza ripresi formalmente i rapporti diplomatici, con il ripristino dei collegamenti aerei e delle linee telefoniche, nonché l’uso dei porti da parte di Addis Abeba.

Una lunga strada da percorrere

Nonostante gli indiscutibili successi in termini di riforme e riappacificazione, Abiy Amnhed è solo all’inizio. Le contraddizioni latenti che sono alla base del secondo paese più popoloso del continente africano, rischiano infatti di minacciare l’equilibrio raggiunto con la tenacia del giovane primo ministro.

L’Etiopia è abitata da circa 120 gruppi etnici differenti; all’interno dei confini sono parlate 84 lingue, di cui 9 sono ufficiali regionali e vi sono 2 religioni principali, più 6 meno praticate. Le rivalità etniche non sono ancora state risolte del tutto, vi sono milioni di rifugiati ai confini ed alcuni posti di frontiera al confine con l’Eritrea non sono ancora stati aperti; questo perché effettivamente l’accordo di pace non è stato ancora legalizzato ufficialmente.

A poche settimane dall’annuncio del premio Nobel, inoltre, ulteriori complessità rendono sempre più complicato il raggiungimento di una maggiore stabilità interna. In questi ultimi giorni, vi è stato infatti un decisivo inasprimento dei rapporti dell’Etiopia con l’Egitto; rapporti in realtà già tesi prima del annuncio del Nobel dell’11 ottobre. La querelle, ruota principalmente intorno alla realizzazione di una grande progetto infrastrutturale etiope sul Nilo Azzurro, pensato nel 2013: la “Grande diga del rinascimento etiope”. Sebbene la data di inizio dei lavori sia stata fissata per giugno 2020, sembra ci sia stato uno stallo dei negoziati con Il Cairo sulla gestione delle acque; questione che è stata commentata con determinazione da parte del primo ministro etiope, ma con termini chiaramente poco graditi all’Egitto. Durante un question time parlamentare, infatti, Abiy Amnhed ha evidenziato che l’Etiopia non intende provocare alcuna crisi, tuttavia qualora i suoi progetti venissero ostacolati, non si escluderebbe la possibilità di un’escalation militare.

La grande diga del rinascimento etiope

La questione egiziana dimostra che l’assegnazione del Nobel per la Pace al primo ministro Etiope non rappresenta un punto di arrivo, ma innanzitutto un incoraggiamento a portare avanti l’azione di pace interna e con i paesi limitrofi. Tenendo sempre ben presente la complessità di un paese già di per sé complicato da gestire per la diversità culturale che lo abita, nonché di un paese sconvolto dalla povertà. Il premier ha in più occasioni dichiarato che sarà la crescita economica che aiuterà il Paese ad uscire da queste difficoltà nel lungo periodo, e questo gioverebbe non solo all’Etiopia di Abiy Amhed, bensì a tutta la regione orientale del continente.

Per approfondire, si rimanda ai seguenti contenuti:

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