COP 25 di Madrid: la delusione post negoziati
Le due settimane a Madrid per cercare di trovare un accordo comune sui punti rimasti in sospeso dall’Accordo di Parigi sul clima, si sono risolte in un nulla di fatto. La discussione dei temi cardine, tra cui la regolazione globale del carbonio e la revisione dei meccanismi “loss and damage”, è stata di fatto rinviata alla prossima COP 26 che avrà luogo a Glasgow a fine 2020

Diverse le questioni portate sul tavolo durante le due settimane di conferenze, che hanno avuto luogo a Madrid, tra il 2 ed il 15 dicembre 2019. I quasi 200 Paesi riuniti avrebbero dovuto trovare un accordo comune su alcuni punti fondamentali rimasti in sospeso dopo l’Accordo di Parigi avvenuto nel 2015, a partire dal tanto discusso Articolo 6, riguardante il calcolo dei crediti nel mercato globale del carbonio; il taglio dei gas serra entro il 2030 da parte dei Paesi coinvolti come stabilito dagli impegni sottoscritti a Parigi ed infine gli aiuti da implementare per le perdite ed i danni irreparabili subiti dai Paesi più fragili a causa dei cambiamenti climatici (loss and damage).

In particolare, il “mercato del carbonio”, lo strumento ideato durante l’Accordo di Parigi, resta un nodo irrisolto. Questo meccanismo, è stato ideato per creare un sistema virtuoso e di cooperazione per permettere ai Paesi di rafforzare le proprie ambizioni e strategie di riduzione delle emissioni di gas serra, che vengono poi comunicate alle Nazioni Unite ogni 5 anni attraverso un piano chiamato NDC  (“Nationally Determined Contribution”). In particolare, questo strumento aiuta i Paesi più inquinanti, nel raggiungere gli obiettivi di decarbonizzazione delle proprie economie e cercare di rimanere al di sotto di 2 °C (preferibilmente di 1,5 °C), attraverso la commercializzazione dei permessi di emissioni. Nel concreto, se un Paese si è prefissato nel suo NDC l’obiettivo di ridurre le proprie emissioni, ma non riesce a farlo attraverso delle azioni di mitigazione sul territorio nazionale, l’Articolo 6 permette al Paese in questione di acquistare la differenza mancante delle riduzioni di emissioni attraverso l’uso di crediti di carbonio internazionali generati altrove.

Durante la conferenza di Madrid si sarebbe dovuti giungere ad un accordo sul calcolo dei crediti del carbonio, ma la poca trasparenza di alcuni Paesi rischia di trasformare questo strumento in una “scappatoia” per continuare a inquinare senza alcun tipo di vincolo.

In merito al meccanismo “Loss and Damage”, ossia i danni e le perdite subite dai Paesi in via di sviluppo, non sono stati fatti passi in avanti apprezzabili. Di fatto, il gruppo in rappresentanza dei Paesi in via di sviluppo, ha denunciato l’inattività dei Paesi maggiormente responsabili delle emissioni di gas serra, mettendo in evidenza come gli effetti dei cambiamenti climatici siano già palpabili tra le popolazioni e comunità devastate dagli eventi metereologici estremi. Tali meccanismi, creati nel 2013 durante la COP16 di Varsavia avrebbero dovuto supportare i Paesi più fragili ed in via di sviluppo. La richiesta effettuata a Madrid da parte dei rappresentanti di questi Paesi, è stata di ottenere una garanzia di risarcimento mirata alle perdite ed i danni da parte dei Paesi “ricchi”, oltre alle conoscenze, alle competenze e alle tecnologie per gestire i rischi. Tuttavia, neanche durante questo importante appuntamento, i Paesi più vulnerabili sono riusciti ad ottenere quanto richiesto e le risorse disponibili rimangono esigue per poter coprire le azioni di mitigazione, adattamento, perdite e danni.

La conferenza è servita in realtà a mettere in evidenza le criticità che la cooperazione internazionale sta attraversando: i Paesi che emettono più emissioni di CO2 a livello globale, come USA, Brasile, Australia, India e Cina hanno di fatto scansato le proprie responsabilità, venendo meno agli obiettivi stabiliti durante l’Accordo di Parigi. Dal conto suo, l’UE, ha invece ribadito la sua fedeltà agli impegni presi con il Green Deal, dimostrandosi contraria a intraprendere scappatoie relative allo scambio delle emissioni di carbonio e ribandendo la propria decisione a voler raggiungere il traguardo “emissioni zero” entro il 2050, attraverso ad esempio l’utilizzo di nuove tecnologie.

Ciò nonostante è importante rilevare anche il “buono” che gli ultimi tempi hanno visto sul fronte dell’azione climatica; in primis la mobilitazione dei cittadini e dei giovani, ma anche di altre categorie della società civile: genitori, scienziati e professionisti. E non solo; a partire dal 2015 molte imprese, città e regioni si sono impegnate per ridurre le emissioni di gas serra e rispettare l’Accordo di Parigi. Basti pensare che negli USA esiste una coalizione di organizzazioni, città ed imprese, denominata “We’re still in”, che mette in pratica azioni volte a mantenere gli impegni presi a Parigi, andando contro la marcia indietro del governo.

A questo proposito, è stato analizzato in recenti studi, come sia decisivo e fondamentale il ruolo degli attori locali e non statali nel rispondere agli effetti climatici e limitare il riscaldamento globale entro il limite massimo dei 2°C. In questo contesto, sarebbe quindi auspicabile confermare la leadership dell’UE con il suo Green Deal e le ambizioni connesse, parallelamente all’incremento di azioni locali da parte di attori non statali, a partire dal singolo cittadino, fino a coinvolgere l’intero sistema sociale.

Il Green Deal europeo: un approfondimento

Il Green Deal è il piano “verde” presentato 11 giorni dopo l’insediamento della nuova Commissione europea, eletta a novembre 2019, e guidata da Ursula Von der Leyen. L’obiettivo principale del piano è raggiungere la decarbonizzazione totale dell’UE entro il 2050, con l’ambizione di diventare il primo continente climaticamente neutrale. Il piano comprende 50 azioni che hanno come target diversi temi: l’agricoltura sostenibile, la politica industriale, la mobilità sostenibile, gli investimenti green sia pubblici che privati, il mercato del carbonio e altri ancora.

Secondo quanto dettato dal Green Deal, la transizione verso la decarbonizzazione totale dell’Europa, dovrà necessariamente essere “giusta” e accompagnata quindi da politiche che garantiscano l’inclusività sociale e la tutela di coloro che perderanno il lavoro nelle regioni carbonifere, a causa del passaggio a un’economia verde, attraverso la riconversione dei posti di lavoro.                            

Tale trasformazione ovviamente non avrà ripercussioni positive solo per l’Europa, ma a livello globale, poiché mettendo in atto una ristrutturazione dei processi produttivi industriali che siano in linea con il rispetto e la tutela dell’ambiente, permetterà di implementare degli standard da rispettare per poter accedere al mercato europeo, spingendo anche i paesi esportatori verso l’Europa ad adeguarsi a tali regole, con la possibilità concreta che anche gli altri Paesi adottino misure analoghe.

Il Green Deal europeo è dunque una strategia per la crescita, che vuole ridurre le emissioni e parallelamente creare nuovi posti di lavoro, attraverso una transizione equa e giusta, attraverso degli interventi sul settore energetico, peraltro responsabile per il 75% delle emissioni di gas a effetto serra dell’UE, i consumi energetici dei cittadini, il rinnovamento delle industrie ed il settore della mobilità.

Per ulteriori approfondimenti, si rimanda ai seguenti articoli:

https://www.ispionline.it/it/pubblicazione/clima-cosa-succede-dopo-greta-24694

https://www.ilsole24ore.com/art/cop-25-niente-accordo-madrid-ecco-perche-trattativa-e-fallita-ACfUjc5

https://www.ilsole24ore.com/art/effetti-globali-green-deal-europeo-ACfkBp6

https://ec.europa.eu/commission/presscorner/detail/it/fs_19_6714

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