Agritessuti “paesaggi” da indossare: quando l’agricoltura si traduce in moda sostenibile

Agricoltura, donne e tessuti sono sin dall’antichità elementi strettamente legati l’uno all’altro ed è la moda sostenibile in questo caso a fare da “collante”. Gli scarti dell’agricoltura possono essere riutilizzati all’interno della filiera tessile, rimpiazzando tessuti sintetici e coloranti, che hanno contribuito a rendere il settore della moda tra i più inquinanti per il nostro pianeta. Ma non si tratta solo di ambiente. Dietro l’agricoltura applicata al mondo della moda, vi sono reti di donne che lavorano, tradizioni e cultura. Ecco perché, se le “donne coltivano la moda” il loro lavoro può dare vita a concrete best practices, che costituiscono allo stesso tempo una fonte di guadagno per l’imprenditoria femminile e si trasformano in amore e tutela dell’ambiente

Agricoltura è Vita ha avuto il grande piacere di partecipare all’evento/sfilata Agritessuti: “Paesaggi” da indossare – Le donne in campo coltivano la moda, tenutosi a Roma lo scorso 24 settembre, dove eco sostenibilità, scarti agricoli e tinture green sono state le parole chiave.

L’evento organizzato dell’Associazione Donne in Campo di CIA, ha visto il susseguirsi degli interventi di numerosi ospiti provenienti dal campo della moda e dal mondo agricolo, in merito a tematiche di grande interesse ed attualità, come la sostenibilità della moda ed il ruolo di materiali di origine naturale all’interno della filiera moda del nostro Paese.

Il tema della sostenibilità e moda al giorno d’oggi non vanno molto d’accordo, dal momento che è la moda veloce o fast fashion ad occupare gran parte degli armadi di tutto il mondo. Il settore rappresenta una delle industrie più influenti, capace di generare guadagni al di sopra di 1,5 trilioni di euro l’anno in entrate ed allo stesso tempo una delle fonti maggiormente inquinanti per il nostro pianeta, in quanto responsabile di almeno il 20% delle emissioni globali di acque reflue e del 10% di anidride carbonica, ma anche della generazione di microplastiche durante il lavaggio dei tessuti sintetici che si riversano per ultimo negli oceani. A questo pro è stato ricordato il “patto della moda” (fashion pact) sostenuto dal Presidente francese Macron durante il G7 di Biarritz, tenutosi lo scorso agosto, e che ha visto 32 delle più grandi aziende del settore della moda, impegnarsi per cercare di rendere il settore più sostenibile, attraverso tre principali obiettivi: arrestare il riscaldamento globale (global warming), azzerando le emissioni di gas serra entro il 2020 e mantenere il riscaldamento globale al di sotto di 1,5°; preservare la biodiversità e proteggere le specie; proteggere gli oceani mediante la riduzione della plastica monouso.

Fabiana Giacomotti, giornalista e storica della moda dell’Università La Sapienza, ha moderato i diversi interventi durante tutta l’intera durata dell’evento ed ha aperto l’evento sottolineando il fatto che l’Italia è l’unico Paese che detiene l’intera filiera della moda per intero, motivo per cui essa ha il compito ed il dovere di riformarsi e guidare il processo verso una filiera del tessile Made in Italy 100% sostenibile.

Pina Terenzi, Presidente Nazionale Donne in Campo e Membro del Consiglio Direttivo di Agricoltura è Vita, ha ricordato la ricerca condotta insieme ad ISPRA –  Dipartimento per il monitoraggio e la tutela dell’ambiente e per la conservazione della biodiversità dell’Istituto Superiore per la Protezione e la Ricerca Ambientale, che ha dato vita ad uno studio sulla valorizzazione della filiera e la sua salvaguardia, chiamato “Filare, Tessere, Colorare, Creare” con particolare riguardo alla descrizione della produzione eco-sostenibile di fibra da fonti naturali e di recupero, di filati tramite tessitura artigianale, di tintura con antiche tecniche e principi naturali, di confezione di oggetti e capi di abbigliamento con materiali naturali.

Gli scarti agricoli, giocano in questo contesto, un ruolo fondamentale per produrre fibre di origine vegetale. Ma non si tratta solo della sostenibilità, qui si inserisce il discorso della “rete” composta da agricoltrici, che unite possono così intraprendere un dialogo con le aziende. L’Associazione femminile di CIA, Donne in Campo, ha lanciato il marchio registrato di filiera Agritessuti, permettendo ai produttori agricoli di costruire il rapporto con l’alta moda ed associare sapientemente e con efficacia i temi dell’agricoltura, della moda e della sostenibilità ambientale. In questo senso, Pina Terenzi, ha sottolineato l’importanza di costruire una certificazione della filiera, che valorizzi la produzione di fibre naturali, coma la canapa, il lino e la seta, ma anche la necessità dell’appoggio delle istituzioni per realizzare tutto questo.

Paola Ungaro, stilista e docente di tipologia dei materiali tessili, ha illustrato invece le potenzialità di sviluppo della filiera tessile a livello globale. In particolare ha posto un quesito importante, che ognuno di noi dovrebbe porsi per scegliere ed acquistare consapevolmente: il nostro pianeta può farcela?

Fronte all’aumento della popolazione mondiale e dell’aspettativa di vita, e di conseguenza dei consumi e dei rifiuti e alla diminuzione delle risorse naturali, è necessario riflettere su questa domanda. Si Prospetta infatti che nel 2050 il mondo sarà sovraffollato con  i suoi 9,4 miliardi di persone, concentrate principalmente in Africa ed Asia. Restringendo il campo al settore tessile, ad oggi i materiali maggiormente utilizzati nell’industria della moda sono anche quelli più inquinanti, si tratta delle fibre man-made, come ad esempio il poliestere.

La canapa, il gelso ed il lino, sono tutte fibre naturali utilizzate dall’uomo sin dall’antichità e per tantissimi utilizzi, tra cui anche la creazione di tessuti e che non hanno bisogno di pesticidi e diserbanti. Tuttavia con l’accelerazione dell’industrializzazione, e quindi l’aumento della domanda e dei consumi globali, hanno fatto sì che tali fibre sono state man mano sostituite dal cotone, la fibra naturale più “contradditoria” dal momento che è la fibra naturale più inquinante, poiché utilizza circa il 2,5% delle terre arabili del mondo e per la sua coltivazione sono necessarie enormi quantità di fertilizzanti, acqua e pesticidi nocivi per noi e per gli agricoltori che lo coltivano.

Diverse sono le grandi case di moda che hanno sviluppato progetti in questa direzione, promuovendo l’utilizzo delle fibre sostenibili; uno fra questi è il progetto Orange Fiber di Salvatore Ferragamo, il quale ha lanciato una capsule prodotta attraverso gli scarti degli agrumi. Ciò nonostante, c’è ancora molta strada da fare nella direzione delle fibre naturali ed ecosostenibili e solo con azioni di comunicazione, convincimento e sensibilizzazione dal basso, si potrà trasformare una scelta di “nicchia” ad una vera e propria alternativa commerciale.

La testimonianza dal campo di Luisa Bezzi dell’Azienda Agricola “Dal Gelso alla Seta” ha posto in evidenza l’importanza di sviluppare il settore della moda ecosostenibile ed allo stesso tempo le difficoltà che esso comporta. Un esempio lampante è la canapa, termica e con proprietà benefiche se utilizzata per realizzare lenzuola, tuttavia l’assenza di strutture di stoccaggio e macchinari obsoleti rendono complicato chiudere la filiera.

Francesca Cosentino, dell’Azienda Agricola “Il Nido di Seta”, una piccola realtà calabrese che realizza tutta la filiera della seta, ha messo in luce i temi e i valori cui questa produzione si lega indissolubilmente: la rivalorizzazione della cultura calabrese, la produzione ecologica e rispettosa dell’ambiente e la creazione di reti di donne.

L’evento è terminato con la sfilata della Ethical Designer Eleonora Riccio, la quale realizza abiti realizzate in stoffe bio e colorate con ortaggi, radici, frutta, fiori e foglie, andando a supportare il progetto di Donne in Campo-CIA con il suo marchio registrato Agritessuti che mira a riunire insieme abbigliamento, sostenibilità ambientale e agricoltura.

Nella gallery le foto della sfilata etica:

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