Africa: un passo in avanti verso l’area di libero scambio più grande del mondo

L’accordo per costituire l’Area di libero scambio continentale africana (AfCFTA – African Continental Free Trade Area) è ufficialmente entrato nella sua fase operativa a seguito del summit che ha avuto luogo tra il 4 e l’8 di luglio nella capitale del Niger (Niamey) tra i capi di Stato dell’Unione Africana (UA).
L’accordo adottato da 44 stati il 21 marzo 2018 durante il Summit di Kigali, Rwanda, mira a istituire un’area di libero scambio intra-africana e rappresenta una svolta senza precedenti per l’intero continente africano, dal momento che tocca 1,2 milioni di persone e costituisce l’area di libero scambio più grande del mondo.

Il summit ha visto porre la firma di due nuovi paesi all’accordo, Nigeria e Benin, i quali finora non avevano aderito al processo di liberalizzazione commerciale ufficialmente rappresentato dall’AfCFTA, mentre l’unico paese ancora fuori dall’accordo è l’Eritrea.

L’obbiettivo chiave posto da tale accordo è eliminare innanzitutto la frammentazione ed isolamento degli stati che compongono l’Unione Africana per rendere il continente sempre più interconnesso economicamente e di conseguenza più forte, attraverso la riduzione delle tariffe commerciali che ostacolano lo sviluppo del commercio intra-africano, nello specifico la progressiva eliminazione delle tariffe doganali sul 90% dei prodotti e servizi commerciali tra gli stati aderenti e il 10% restante è dedicato ai settori economici più fragili o rilevanti per le economie nazionali.

Interconnettere le economie degli stati africani significherebbe di fatto ridurre la loro vulnerabilità e rendere i mercati più attraenti per gli investimenti esteri nel settore agricolo, delle infrastrutture e dell’industria. In questo senso, secondo la Commissione Economica Africana (Eca) il commercio intra-africano dovrebbe aumentare del 50% entro il 2022 e ciò significherebbe non solo una crescita economica generale per il continente, ma anche maggiori opportunità lavorative per i cittadini africani.

Il commercio intra-africano risulta di fatto ancora decisamente poco sviluppato e rappresenta solo il 19% degli scambi totali del continente e questo è dovuto principalmente alla dipendenza degli stati africani dalla produzione ed esportazione di poche materie prime. L’assenza di diversificazione nella produzione rende le economie dei vari paesi fortemente soggette alla volatilità dei prezzi sui mercati internazionali, in particolare per quanto riguarda i prodotti agricoli che sono soggetti alle calamità naturali dovute dai cambiamenti climatici in atto.

Nello specifico, il Sud-Africa, seguito da Kenya, Egitto e Namibia rappresentano i maggiori importatori agricoli in ambito intra-africano. I prodotti più importati ed esportati all’interno dei confini del continente sono: l’olio di palma, lo zucchero, il mais, il riso, il tè ed il tabacco.

Intra-Africa agricultural export products

L’Algeria è il maggiore esportatore di zucchero, il Kenya è il maggiore importatore ed esportatore di tè grazie al mercato di tè di Mombasa, l’olio di palma è maggiormente commerciato tra l’Africa occidentale con l’Africa orientale, mentre solo il 9% della produzione di caffè è esportata internamente nel continente.

Mentre se si guarda alle esportazioni esterne al continente si commerciano principalmente cacao, noci e caffè. In percentuale il 40% dei prodotti agricoli africani sono esportati in Europa.

La liberalizzazione inoltre non tocca solo l’aspetto economico, bensì anche i servizi, andando così a migliorare il settore dei trasporti ed i collegamenti a livello di comunicazione tra i paesi. Il raggiungimento di un tale traguardo risulterebbe essere perfettamente in linea con la “vision” proposta dall’Agenda 2063, che mira a realizzare: “Un’Africa integrata, prospera e pacifica, guidata dai suoi cittadini e rappresentante una forza dinamica nell’arena globale”.

Il progetto, frutto di un lungo percorso non ancora terminato, mira in futuro a completare l’integrazione dell’economica africana attraverso la creazione di una moneta unica africana e l’unione doganale.

Su questa linea, sabato 19 giugno ad Abuja in Nigeria, i capi di Stato di quindici paesi della Comunità Economica degli Stati dell’Africa dell’Ovest (Cédéao – Communauté économique de l’Afrique de l’Ouest) hanno portato avanti il progetto di una moneta unica, adottandone formalmente il nome: éco. Di questi quindici paesi, otto utilizzano il CFA, il franco francese, ancorato all’euro secondo una parità fissa garantita dalla Francia, mentre gli altri 7 hanno ognuna una loro moneta propria non convertibile. L’éco sarebbe inoltre ancorata allo yuan cinese, dimostrando come l’influenza commerciale esercitata da Pechino diventi sempre più preponderante nel continente africano.

Secondo quanto stabilito entro il 2020 gli abitati dell’Africa dell’Ovest pagheranno i loro acquisti con l’éco, sganciandosi definitivamente dal CFA, accusata dai suoi detrattori di essere una moneta “neocolonialista”. I sostenitori dell’éco vedono in questo cambiamento epocale, un’opportunità per migliorare gli scambi commerciali intra-africani, riducendone i costi.

L’éco, come l’euro avrebbe un tasso di cambio flessibile, evolvendosi perciò in base all’andamento dei mercati ed inoltre la politica monetaria sarebbe incentrata sulla gestione del tasso di inflazione, rispondendo ai dei criteri ben precisi: deficit non superiore al 3%, tasso di inflazione annuo minore del 10%, ecc. Tuttavia ad oggi, i 15 stati membri del Cédéao sono ancora lontani dal possedere i requisiti prefissati, pertanto sembra ancora improbabile l’adozione di una moneta unica entro il 2020.

Se l’adozione di una moneta unica nella zona rappresenterebbe un simbolo politico forte, alcuni economisti sono scettici in merito; tra le principali preoccupazioni vi è il fatto che la zona monetaria nascente sarebbe dominata dalla Nigeria, il paese più forte economicamente per via della sua dipendenza dal petrolio, dal momento che rappresenta i 2/3 del PIL della regione e ospita la metà della popolazione dell’area. Di conseguenza, ciò poterebbe comportare lo schiacciamento degli altri paesi, i quali dovrebbe forzatamente allinearsi ai bisogni di quest’ultimo.

Per ulteriori approfondimenti, si rimanda alla lettura dei seguenti articoli pubblicati:

Ulteriori fonti consultate: IAI Affari Internazionali, BBC, Le Monde

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